"49 gol spettacolari" narra la storia di Lorenzo, uno studente di un liceo in un’imprecisata città di provincia del centro Italia. Intorno a lui un gruppo affiatato di amici. Arriva il primo giorno di scuola dell’ultimo anno e in classe si presenta un nuovo compagno, Riccardo. Viene da Roma ed è stato parcheggiato in provincia dai genitori per ragioni misteriose che si scopriranno solo alla fine del romanzo. Attraente, spigliato, appassionato di calcio, attira subito l’attenzione delle ragazze e in particolare di Giulia, l’amica di Lorenzo con cui sembra imbastire un piccolo flirt. Ma in realtà è tutta una messa in scena perché Riccardo è gay e sa di esserlo. Presto cercherà di avvicinarsi a Lorenzo che comincia a vivere con disagio la consapevolezza di essere attratto da Riccardo. Scoppia l’amore fra loro, ma non tutto è così semplice. Riccardo, infatti, nasconde qualcosa…
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L'altro giorno un professore me l'ha detto esplicitamente.
Mi ha detto: " Ma tu credi davvero che abbiano letto il tuo compito ? Adesso puoi fare solo due cose: cominciare a lavorare lì gratuitamente e sperare che qualcuno ti prenda in simpatia. Oppure trovare un "altro modo". Meglio sarebbe, se puoi, un "altro modo" per entrare in specializzazione, chiaramente".
Lo sapevo già. Ma sentirselo dire così, esplicitamente, mi ha fatto molto male.
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Le parole hanno sempre un peso. Forse me lo ero dimenticato.
La parole possono essere una violenza, come se qualcuno ti aggredisse per strada e ti riempisse di botte. Ed è un pò così che mi sono sentito in questi giorni.
Il mio piccolo personalissimo disturbo post-traumatico da stress: distacco emotivo, ansia, sogni associati all' evento traumatico.

Sta passando. Una Pasqua solitaria mi è di aiuto.
Anche io ci metto del mio ostinandomi a scartabellare tra gli annunci di lavoro: la sensazione è che qualsiasi cosa cerchino quello di certo non sono io.
Leggo le competenze richieste e mi rendo conto di non aver imparato davvero nulla in sei anni di università. O meglio: saprei spiegarvi per filo e per segno come si sviluppano certe rarissime malattie tropicali ma non ho la più pallida idea di come si cambi una flebo o di quanta tachipirina ci vuole per far abbassare la febbre ad un bambino.
E la cosa più snervante è la sensazione di avere un sacco di energie di utilizzare ma non aver alcun mezzo per farle fruttare.

Una cosa carina però c'è: da una settimana ho cominciato ad insegnare italiano presso la Casa dei Diritti Sociali (nella foto),vicino casa mia.
Ogni giorno insegno l'alfabeto ( e altro) a circa venti adulti di diversi paesi: Bangladesh, Sudan, Cina, Pakistan, Romania e tanti altri.
Si accalcano tutti i giorni sulla porta d'ingresso sperando di riuscire a prendere un posto, si siedono e mi guardano con occhi attenti.
Spesso sono qui da soli, spesso non parlano una sola parola di italiano, spesso dormono in stanzoni alla periferia della città, il più delle volte nei loro Paesi di origine erano laureati e diplomati.
Un giorno mentre ripetevamo l'alfabeto gli ho chiesto se conoscevano qualche parola che cominciasse con l "q" e scherzando ho detto che era una lettera un pò difficile.
Ma uno di loro ha risposto subito.
"Questura" ha detto.
Un altro giorno un ragazzo bangladese alla fine della lezione mi ha mostrato un book di foto. Pittore e scultore. Dipingeva vasi bellissimi a metà tra Picasso e Gauguin. Giometrie di rami e fiori.
In inglese mi ha chiesto se potevo dargli l'indirizzo delle scuole d'arte, qui a Roma. Gli ho chiesto se aveva il permesso di soggiorno. Lui prima mi ha detto di sì, poi di no.
Ho dovuto spiegargli che senza permesso di soggiorno non poteva frequentare nessuna scuola italiana.
"I'm sorry" ripetevo, a disagio.
"No problem" ripeteva lui sorridendo ma gli occhi gli si sono fatti un pò lucidi.
Quando la lezione finisce vengono tutti a stringermi la mano e a ringraziarmi.
"Ciao maestro" ripetono mentre se ne vanno.
A volte gli occhi nuovi bruciano un pò.





Scritto da Achille81 alle 17:55 di domenica, 23 marzo 2008
Tags: [italia, politica, amore, famiglia, appelli, amici, diritti, medicina, immigrazione, libertĂ , universitĂ , esquilino, casa dei diritti sociali]
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Certe volte ti passa la voglia di dire qualsiasi cosa.

Dal sito di Repubblica.it:



C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.


Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. 

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

(17 marzo 2008)
Scritto da Achille81 alle 13:04 di lunedì, 17 marzo 2008
Tags: [italia, politica, amore, appelli, mafia, web , diritti, gay , medicina, lesbiche, libertĂ , giornali, omofobia, pacs, olocausto, tv , adolescenti gay]
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Un gruppo di amici ha messo su un progetto interessante. Si chiama Osservatorio Walden e questo signore con l'aria attonita qui sotto è David Henry Thoureau, autore di "Walden ovvero la vita nei boschi", per l' appunto.
Il blog ( walden.splinder.com) cerca di raccontare gli errori e gli orrori urbanistici e edilizi che ci circondano.
E' una forma di inquinamento anche quello. Tonnellate di cemento che coprono il terreno e la visuale.
E' un' idea della vita. Una squallida idea della vita.
Gli amici di Walden mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per loro e io l'ho fatto con molto piacere.
Lo trovate qui !


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Scritto da Achille81 alle 11:47 di sabato, 15 marzo 2008
Tags: [italia, politica, amore, libri, ambiente, animali, appelli, web , diritti, scrittura, medicina, libertĂ ]
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Oggi ho saputo che non sono stato ammesso alla Scuola di Specializzazione in Psichiatria.

La cosa non mi sorprende: me lo sentivo.

Sapevo che spesso non serve a nulla essersi laureati col massimo dei voti, avere  30 e 30 e lode nelle materie attinenti e non serve nemmeno una prova scritta ben fatta.

La cosa era nell' aria: mi chiedevano quanti anni avessi e poi dicevano "Sei giovane, un anno in più o in meno non fa differenza, no ?". Il che equivale a dire che essersi laureato prima di altri è un difetto , non un pregio.

Qualcuno mi ha detto "Io me la godrei di più la vita" e mi ha ricordato l'industriale di Hendel che agli operai disoccupati in cerca di lavoro rispondeva : " Ma divertitevi, compratevi una macchina sportiva, andate in giro".

Lo sapevo perchè so come funzionano le cose nella mia università. Ho visto stuoli di inetti compiere carriere brillanti, brillanti inetti sproloquiare dalle cattedre sbagliando tutte le relative (nemmeno fossero la Santanchè).

Ho frequentato reparti in cui la stanza del primario era tappezzata di rovere mentre al piano di sotto si moriva di Legionella e ho visto le spartizioni tra primari dei doni natalizi di pazienti oncologici.

Ho visto indirizzare pazienti gravi nel privato, "...altrimenti le tocca aspettare..."

E ora tutti mi fanno capire che un "aiutino" mi avrebbe fatto comodo, perchè il mondo gira così, perchè così vanno le cose.

Avrei potuto e non l'ho fatto.  E non per purismo: ma perchè mi piacerebbe misurarmi, mi piacerebbe capire fin dove arrivo e dove no, confrontandomi con gli altri ma alla pari. Ma nemmeno questo è concesso.

Devi dare per scontato che sei bravo e che te lo meriti, a prescindere. E trovarti un "aiutino".

Non sono triste e nemmeno arrabbiato. Per fortuna ho una famiglia e un compagno che mi sostengono, ho un libro in fase di stesura che ha attirato l'attenzione di importanti case editrici e che freme per essere scritto, ho il desiderio di fare qualcosa per gli altri ( mi piacerebbe aprire un ambulatorio gratuito per extracomunitari a Piazza Vittorio magari con l'aiuto di un' associazione).

E triste arrivare, per l'ennesima volta, alla conclusione che non ho mai conosciuto un ambiente più immorale, sporco e vuoto della mia università.

Una delle principali istituzioni educative di un Paese è il luogo più diseducativo che abbia mai frequentato.

Lo sanno tutti.

Ma nessuno fa niente.

 

Scritto da Achille81 alle 20:34 di martedì, 11 marzo 2008
Tags: [italia, politica, amore, famiglia, appelli, amici, diritti, scrittura, medicina, immigrazione, libertĂ , universitĂ , esquilino]
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In questi ultimi mesi sono stato un pò latitante perchè troppo impegnato. Ne approfitto per ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto sia in privato che sul blog e prometto che risponderò a tutti.
Vedervi passare qui sempre numerosi nonostante i miei post laconici mi ha fatto sentire circondato di affetto e interesse.
E ora, dopo essere sopravvissuto all' abilitazione , al tirocinio e al concorso di specializzazione c'è una sola cosa, a parte scrivere, che voglio fare....
Scritto da Achille81 alle 13:48 di mercoledì, 05 marzo 2008
Tags: [italia, amore, libri, famiglia, web , amici, scrittura, medicina, libertĂ , universitĂ , lettori, achille dolcemare]
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